Giovanni Raffaelli

Giovanni Raffaelli (Castelnuovo Garfagnana 1828-1869), avvocato e poeta, fratello di Pietro, secondogenito di quella illustre famiglia.

A 22 anni si laureò in legge con il massimo dei voti, ma la sua vocazione era la letteratura.

All’opposto del fratello, ebbe una vita meno travagliata, anche perché seppe farsi ben volere da uno zio monsignore a Modena, la cui mediazione gli consentì di intraprendere in quella città un’ottima carriera forense, nonostante il suo carattere indipendente lo portasse a non approvare la politica del governo di Francesco V che sempre meno tollerava, preferì rientrare a Castelnuovo, dove continuò a dedicarsi alla sua professione di avvocato.

Nel 1859, fuggito il duca di Modena, il Farini, all’epoca dittatore degli Stati Estensi, a conoscenza dell’onestà intellettuale del Raffaelli, dalla Intendenza della Garfagnana lo trasferì consigliere a Modena, dove riprese la sua brillante carriera. Assunta la direzione delle scuole primarie, espose le condizioni dell’istruzione, indicandone i mezzi più idonei. Da vero pioniere didattico ottenne l’apertura delle scuole nelle zone di montagna, da sempre abbandonate a se stesse. Per questa sua lungimiranza, oltre ad avere incarichi politici, venne designato segretario della Regia Deputazione di Storia Patria della Provincia.

Con Emilio Roncaglia e Francesco Borsari, nel 1861 fondò la <<Gazzetta di Modena>>. L’anno successivo fu insignito dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Ma la tisi, inesorabile malattia del secolo, lo stava minando, costringendolo a desistere dal suo lavoro. Si trasferì quindi verso climi più caldi, assumendo l’incarico di Provveditore agli studi a Livorno e a Pisa. Periodo in cui poté dedicarsi a quanto aveva, in segreto, sempre coltivato: la poesia. Fin dalle prime opere, “In morte di Saverio”, “Lissa”, “Gli Ospizi Marini”, destò l’attenzione della critica. Stupenda sarà l’ode che declamò allo sposalizio della Principessa Pia, figlia di Vittorio Emanuele II, da cui ebbe in dono un prezioso gioiello. Tra le sue composizioni la migliore resterà “Venezia”, scritta ne 1865, nella quale superò se stesso, ottenendo elogi dai grandi poeti contemporanei. Purtroppo incompiuto rimase il poema “Monti Apuani”, ove voleva esprimere tutto l’amore verso la sua terra e la sua gente. A riguardo, lo storico Sforza scrisse: <<Egli intendeva valorizzare la Garfagnana, quasi volesse vendicarla dai versi oltraggiosi di Lodovico>>.

Morì a soli 41 anni.

Notizie tratte da:Giulio Simonini. “Profili di uomini illustri della Valle del Serchio e della Garfagnana”. Maria Pacini Fazzi Editore, 2009.